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DDL Caporalato – attacco alla “Ghetto economy”

Il provvedimento che martedì 18 ottobre abbiamo votato favorevolmente alla Camera è solo il primo passo di un lungo percorso nella lotta al Caporalato ed allo sfruttamento del lavoro in ambito agricolo, un segnale importante contro la Ghetto economy e le zone oscure della filiera produttiva dell’agroalimentare. Abbiamo seguito il provvedimento sin dalla sua ideazione e dato il nostro contributo cooperativo e siamo coscienti che ci sono ancora tanti aspetti che andrebbero potenziati, da una gestione pubblica del collocamento agricolo e dei trasporti a scelte più coraggiose nell’ambito degli alloggi, al fine di eliminare definitivamente la ghettizzazione dei lavoratori stranieri. Naturalmente vigileremo in tutte le sedi istituzionali sulla reale efficacia della norma sui territori, affinché il caporalato cessi di essere fenomeno strutturale della filiera produttiva.

Qui di seguito il testo della dichiarazione di voto (clicca qui per vedere il video)

Seduta n. 694 di martedì 18 ottobre 2016

Disegno di legge: S. 2217 – Disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e di riallineamento retributivo nel settore agricolo (Approvato dal Senato) (A.C. 4008)

DICHIARZIONE DI VOTO M5S – Massimiliano Bernini

“Grazie, Presidente. Eccoci alla fase finale di questo provvedimento, che, come abbiamo avuto modo di dire ieri in discussione sulle linee generali, viene da molto lontano e porta su di sé il peso ed il sacrificio di migliaia di persone, uomini e donne, italiani e stranieri, impegnati nel duro lavoro della terra, a sottolineare, ancora una volta, che il settore primario è caratterizzato per lo più da lavori usuranti e pericolosi per la salute e la sicurezza dei lavoratori, e che i controlli da parte degli organi di vigilanza debbono essere più intensi e scrupolosi, perché è in gioco la vita stessa di chi lavora.
Dobbiamo essere onesti intellettualmente: questo disegno di legge è un primo passo importante, fatto a livello normativo, per la lotta contro l’intermediazione illecita e lo sfruttamento, o meglio, è un segnale che va lanciato. È importante, anche se con ritardo, che si sia deciso di intervenire su questa materia, non tanto per le disposizioni in esso contenute, sulle quali manteniamo delle riserve, che, come abbiamo ricordato, spesso lasciano dubbi interpretativi o rischiano di proporre misure che, essendo su base volontaria, risulteranno essere una scommessa persa.
Sicuramente è un segnale al mondo della produzione agricola, e non solo, e che lancia un monito importante anche nei confronti di quei soggetti, tra i quali alcune associazioni di categoria, alcuni datori di lavoro, alcune grandi aziende, che in questi anni hanno goduto di un regime di libertà che ha permesso che avvenisse quello che è avvenuto, ossia un settore sostanzialmente deregolato, in balìa della legge del più forte.
Senza parlare, poi, ovviamente, delle organizzazioni criminali che traggono linfa proprio da questi fenomeni. Come è stato saggiamente ricordato ieri, in quest’Aula, quando lo Stato abdica alle proprie funzioni, la situazione non migliora, ma finisce, spesso e volentieri, per essere governata dal crimine, in un clima di deregolamentazione nel quali i datori di lavoro fanno il bello e il cattivo tempo e dove i diritti delle persone vengono tranquillamente sacrificati sull’altare del profitto e del benessere aziendale. E qui vorrei accennare ad un fatto, e cioè che noi auspichiamo che il segnale che oggi viene lanciato da questo Parlamento speriamo che coinvolga il caporalato non solo del mondo agricolo, ma che si sposti verso altri ambiti produttivi coinvolti dal fenomeno, in primo luogo l’edilizia. Il MoVimento 5 Stelle ha dato subito la sua disponibilità e il suo contributo affinché dal cuore delle istituzioni fosse lanciato questo segnale al mondo del lavoro toutcourt.
Per affrontare questo lavoro con la giusta preparazione ci siamo rivolti a tutti quei soggetti che, in un modo o in un altro, si occupano concretamente del problema sui territori, in primo luogo chi fa sindacato di strada, alle associazioni che da anni operano nei luoghi di ricovero di migliaia di lavoratori della terra, quei ghetti dove lo Stato, l’Europa, la Convenzione sui diritti umani non arrivano, dove tutti i diritti sono infranti per rispondere a regole di mercato e concorrenza economica che si svolge oggi su base globale.
Anch’io, personalmente, mi sono recato ad osservare le condizioni di vita di tali realtà, e credo che noi tutti abbiamo la responsabilità, politica e morale, di cancellare quei posti dalla cartina dell’Italia, assicurando ad ogni essere umano un posto dignitoso e sicuro in cui trascorrere la propria esistenza. In questi anni abbiamo compreso bene cosa significhi il termine «delocalizzare», ossia il trasferire impianti o strutture industriali in un luogo diverso da quello di origine, per convenienza economica, ovviamente. Spostare la produzione in luoghi nei quali la forza lavoro è a basso costo, così da abbattere i costi della produzione.
Ma, nel caso della terra, questo è impossibile, non si possono spostare la Piana di Gioia Tauro, non possiamo spostare la terra di Puglia, la Capitanata o l’entroterra lucano. La cruenta alternativa è quella di creare delle sacche di neo schiavismo in loco, al sicuro da occhi indiscreti, e, se necessario, usare la forza pur di mantenere la situazione sotto controllo, ma fuori dal controllo dello Stato, ed è quello che è stato fatto in questi anni.
Ma ora questo deve finire, è giunto il momento di rispostare al centro dell’attenzione il lavoro eticamente sostenibile e la dignità delle persone, italiane e straniere. E su questo terreno chiediamo alle aziende di venire incontro a questi propositi, perché non può esserci una produzione di qualità senza qualità del lavoro, ossia del rispetto dei diritti, dei contratti, delle leggi. È necessario che vi sia una filiera della qualità e della legalità attraverso un impegno condiviso da tutti sull’intero arco della filiera produttiva, passando per la trasformazione e la commercializzazione dei prodotti. Al Senato abbiamo votato favorevolmente al DDL e favorevolmente abbiamo votato i pareri in alcune Commissioni. Qui alla Camera abbiamo presentato alcuni pochi emendamenti, che noi ritenevamo di buonsenso e sicuramente migliorativi del provvedimento sui temi di cruciale importanza.
Ci saremmo comunque opposti ad ogni rinvio in Commissione, e questo non per fare un favore al Governo e alla maggioranza, che, già sappiamo, sfrutterà elettoralmente il provvedimento, ma perché responsabilmente riconosciamo che è bene che talune norme siano vigenti in tempi brevi e che il segnale di cui sopra arrivi ai diretti interessati. Naturalmente, non sappiamo come determinate norme verranno applicate sui territori, come verranno recepite, ma questo ce lo dirà il tempo. Come abbiamo ribadito anche ieri, il provvedimento si compone di due aree: una di natura prettamente giuridica, che si occupa di rinnovare il reato di intermediazione illecita, e l’altra che, in risposta alla situazione complessiva del settore, propone il potenziamento della rete del lavoro agricolo di qualità.
Per quanto riguarda il reato di intermediazione illecita, caporalato o altro, siamo favorevoli alla direzione del provvedimento, ossia ad un allargamento dell’area del reato che coinvolga anche le aziende, ed anzi avremmo preferito e votato favorevolmente un testo che prendesse in considerazione l’intera filiera, estendendo la normativa anche alla grande distribuzione, in modo da spalmare su tutta la filiera costi e profitti. In tal senso, è bene che ci si occupi della qualità degli alimenti, ma anche di come questi vengono prodotti e da chi vengono raccolti. Sono certo che, se ogni singolo consumatore venisse a conoscenza della realtà della ghetto economy, come è stata recentemente definita, molti indirizzi di consumo cambierebbero, e questo darebbe forti indicazioni a tutta la filiera produttiva.
Ancora una volta sappiamo che il vero potere è nelle mani dei cittadini, ma è difficile prenderne coscienza ed attuarlo nella realtà. Cosa non ci piace e non ci convince ? La rete del lavoro agricolo di qualità, alla quale gli imprenditori agricoli possono accedere solo su base volontaria. Si tratta di una scommessa, piuttosto che di un’azione concreta per la prevenzione e repressione dell’intermediazione illecita e dello sfruttamento nel comparto agricolo, a detta dello stesso Ministro dell’agricoltura. Non sono lusinghieri i numeri della rete del lavoro agricolo di qualità: 2 mila aziende aderenti su un bacino, probabilmente, di 180 mila aziende. Inoltre, la cabina di regia che soprassiede e che dovrebbe, tra l’altro, in accordo con tutti i soggetti partecipanti, indicare gli strumenti di lotta e contrasto del caporalato e dello sfruttamento agli organi istituzionali, non parrebbe essersi riunita negli ultimi tempi. Cosa accadrà qualora la concertazione tra i vari soggetti della cabina, spesso su posizioni molto distanti, dovesse fallire ? È giusto affidare quest’onere all’INPS, ai sindacati, alle associazioni di categoria, o piuttosto questo è un modo con il quale il Governo si scarica dalla responsabilità dell’inazione sulla reale lotta al caporalato ?
Insomma, per il contrasto e la prevenzione dello sfruttamento delle lavoratrici e dei lavoratori dell’intermediazione illecita e del lavoro nero avremmo preferito sicuramente ben altre azioni cogenti, ad esempio: l’incontro tra domanda e offerta di lavoro in agricoltura esclusivamente attraverso i centri per l’impiego pubblici; disposizioni forti ed efficaci sul trasporto e sulla dimensione alloggiativa dei lavoratori stranieri, quest’ultima una vera e propria emergenza sociale (basti pensare ai ghetti che possono ospitare contemporaneamente anche migliaia di persone); l’attivazione di un numero telefonico di utilità sociale anti caporalato, attraverso il quale poter denunciare i fenomeni di sfruttamento, mantenendo l’anonimato, rivolto a tutti i cittadini italiani e stranieri; l’informazione a tutti i lavoratori, italiani e stranieri, dei propri diritti sindacali; un’azione culturale veicolata dai mass media, dai social network, volta alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica sul fenomeno, e la promozione di prodotti etici ottenuti nel rispetto dei diritti umani dei lavoratori.
Infine, bisogna investire risorse economiche ed umane nei controlli, benché sia recepita una nostra proposta di incrociare i dati dei database dell’INPS e dell’AGEA.
Per questo abbiamo votato contrariamente all’articolo 11.
Ebbene è giunto il momento di dire basta alla «Ghetto economy» e dichiaro il voto favorevole del MoVimento 5 Stelle.”

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